23 giugno 2007

finiranno mai gli esami?



è tempo d'esami (non solo del sangue e delle urine, ultimamente vengo monitorata più del debito pubblico italiano). i miei amici insegnanti sono semidistrutti e i miei amici studenti vanno avanti a caffè.

visto che siamo in modalità amarcord (e visto che fa molto fico, sull'onda del film di Fausto Brizzi) oggi dedico dieci minuti del mio prezioso tempo ai ricordi legati ai primi esami importanti.

1985, terza C, scuola Media Cimabue. tre anni frai campi, da prima della classe allegra e sportiva (non era mai successo che la secchiona vincesse le gare provinciali sia di nuoto che di sci), agli esami ricordo che parlai della macchina fotografica (allora ero convinta che sarei diventata una regista di successo), di Piet Mondrian, della Russia (un prof di lettere molto realsocialista assegnò casualmente a me la ricerca sull'Urss, quando lo incontro ai concerti di Guccini ancora me lo ricorda), dei carboidrati e dei monomi, del Placito Capuano (sao ko kelle terre per kelli fini ke ki kontene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti), delle regole del fuorigioco nel calcio (anche se io avrei parlato più volentieri di Beccalossi), di Beethoven e di 99 Luftballons (in tedesco, natürlich). indossavo una maglia che mi ero fatta da sola, ai ferri, bianca con un'enorme fragola davanti. festeggiai alla Sagra della Chiocciola con la mia amica Vanessa e i miei compagni di banco Fensi e Scozzafava (poche battute stupide, oggi fa il finanziere).

1990, terza B, Liceo Classico Ginnasio Virgilio. cinque anni d'inferno, tra figli di papà, bambine viziate, insegnanti validi e molta invidia. ricordo l'esame di maturità come una liberazione, il giorno dopo che l'Italia era stata eliminata ai Mondiali dall'Argentina, con un gol in cui Canniggia si era preso gioco dei miei idoli Ferri e Zenga. esame molto sereno, rilassato, una chiaccherata sugli incipit foscoliani, sul trasumanar di Dante, che per verba significar non si porìa, sugli scrittori della cristianità latina e su Lucrezio. la prof di scienze venne a sentirmi con le borse della spesa in mano, il bidello cinquantenne - mulatto e napoletano - aveva al collo la sciarpa dell'Inter, mia madre annodava i lacci di una borsa che credeva mia (ma era della presidente della commissione d'esame) e mio padre, stranamente nervoso, girava in bicicletta intorno all'edificio della scuola. portavo una gonna blu a pois bianchi e una camicetta bianca messicana. ero ancora innamorata di Marco, un ex-fidanzato mezzo bolognese e mezzo siciliano, che viveva a Sorrento (lo avevo conosciuto l'anno prima a New York), studiava ingegneria e stravedeva per Nicola Berti. il giorno dopo partii per l'America, poi due settimane in Sardegna, un mese in Francia e l'estate più lunga della mia vita.

(Colonna sonora del post: la canzone di Nena nella prima parte ed El Diablo dei Litfiba nella seconda)

4 commenti:

hae ha detto...

la rievocazione mette i brividi.
come la tua capacità di raccontare in modo fine e vibrante alcuni capitoli della tua vita. sei davvero una persona unica. bella come poche. vabbe'...




p.s. vorrei spezzare un lancia a favore del "bidello cinquantenne - mulatto e napoletano - aveva al collo la sciarpa dell'Inter" ...eccheccazzo! ma qui la natura si è accanita! :)

chiara jolie ha detto...

hae, il bidello era pure comunista. dalle mie parti si dice 'agli zoppi, grucciate'.

caffè pagato :-)

Fausta Vetere trapiantata nel nordest ha detto...

E' nato nu criaturo, è nato niro
e a mamma o’ chiamma Ciro, sissignore, o’ chiamma Ciro

Seh, ‘na guardata, seh,
seh, ‘na mprissiona, seh,
va truvanno mò chi è stato
c’ha cugliuto buono ‘o tiro:
chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’acchè.

'E signurine 'e Capodichino
fanno ammore cu 'e marrucchine
'e marrucchine se vottano 'e lanze
e 'e signurine cu 'e panze annanze

'E signurine napulitane
fanno 'e figlie cu 'e Mericane
nc''e vedimme ogge o dimane
mmiezo Porta Capuana

ecc. ecc.
visto l'età del bidello, penso che questa sia la spiegazione!

chiara jolie ha detto...

cara Fausta, a parte il fatto che si chiamava Salvino, mi sa che ci hai preso.